Un linguaggio da taverna

Al livello del suolo, imparando dalla gente, Comune-info esercita la libertà, scrive Gustavo Esteva nell’adesione alla nostra campagna 2014. L’abbiamo preso in parola e, per una volta, invece di cucinare articoli e interviste, abbiamo aperto una Taverna Comunale. La Prima è andata in scena a Scup. Gran bella serata, anche grazie alle “Vie di fuga” di Paolo Cacciari. Vorremmo che di tanto in tanto, una volta al mese o giù di lì, in luoghi diversi di Roma (per ora), le cene e i pranzi della Taverna ci aiutassero a cum-vivere in allegria intorno a una tavola con chi ci legge. Sarebbe anche un’occasione per fornire insieme, in un’insolita associazione di avventori e cucinieri, un modesto sostegno alla nostra fragile avventura di comunicazione indipendente. Esercitare la libertà, è questo il brodo di coltura di Comune-info, dice Esteva. Una bella responsabilità, da condividere e alimentare insieme, perché il brodo della nostra taverna possa mettere in comune l’utilizzo di un linguaggio e la ribellione della parola

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di Comune-info

Abitualmente cuciniamo parole ma abbiamo messo in pagina anche lunghe conversazioni tenute con amici mentre impastavano farine e acqua per fare il pane. Raccontiamo con piacere e frequenza del mangiar sano, di pietanze contadine, banche dei semi e coltivazioni fai-da-te. Dalle nostre storie s’affacciano antiche varietà di spighe e festival d’erbe spontanee, e poi lieviti madre, vini naturali, arance antirazziste, patate etiche e molte altre espressioni della generosità della terra e del genio dei fornelli. In questo caso, tuttavia, il racconto avrebbe potuto farsi complicato. Non per lo spirito ribelle e comunero con cui è stata imbandita la tavola ma per l’inderogabile necessità di servirsi d’un vocabolario ad hoc, di un linguaggio da taverna.

Li abbiamo chiamati così, incontri della Taverna Comunale, le cene e i pranzi che vorremmo apparecchiare di tanto in tanto con i lettori di Comune. A Roma, per ora. Per evidenti motivi, vista la povertà di risorse, la fatica da spendere ogni giorno sul sito e la scarsità d’energie di cui continuiamo a disporre malgrado le duemilionitrecentotrentamila (2.330.000) pagine scaricate in meno di tre anni e il fiume ininterrotto di appassionate manifestazioni di stima e affetto che riceviamo.Una volta al mese, o giù di lì, speriamo di poter cum-vivere in allegria con chi ci legge e di fornire insieme, in un’insolita associazione di avventori e cucinieri, un modesto sostegno alla nostra fragile avventura di comunicazione indipendente.

È stato così che le tovaglie bianche prestate da Ida si sono aperte per mandare in scena la Prima. S’è tenuta a Scup, com’era forse naturale. Lo spazio occupato nel quartiere San Giovanni – nessun feeling speciale con la notizia memorabile ma saniSport e Cultura popolare – ha concesso da tempo l’utilizzo di una stanza a noi che improvvisiamo quel che trovate in rete digitando Comune-info.net. Gran bella serata, quella del nove dicembre, o almeno così c’è parso e non era affatto scontato. Anche perché qualche lettore deve averci scambiato per un ristorante vero arrivando a disdire con nonchalance sei prenotazioni a poche ore dall’antipasto. Ne hanno fatto le spese, purtroppo, quelli a cui giorni prima avevamo dovuto dire “ritenta”, una volta raggiunta la quantità di persone massima per le pentole e le sedie che potevamo schierare. Peccato, servirà un po’ più d’attenzione ed esperienza.

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Parte considerevole del merito dell’ottima riuscita della serata va a Paolo Cacciari, venuto da Venezia con Bruna Bianchi. Bruna insegna a Ca’ Foscari, ha scritto testi importanti sul pensiero femminista, la guerra e la pace, ed è moglie di Paolo. Prima di andare a tavola, ben introdotto da Alberto Castagnola, Cacciari ha presentatoVie di fuga”, un libro imperdibile. Non solo perché in copertina, con il logo diMarotta & Cafiero, editore coraggioso e dinamico cresciuto a Scampìa, c’è quello diComune-info. La prima ragione per cui, dal nostro speciale punto di vista, riteniamo utile, quasi indispensabile leggere “Vie di fuga” è un’altra. È che vi si trova la testimonianza del fatto che una mente aperta e un lavoro certosino possono arrivare, con un percorso del tutto indipendente, a mettere ordine e dar senso a un discorso che speriamo si possa cogliere anche tra le migliaia di articoli affastellati in queste nostre pagine approssimate in modo spontaneo e impressionistico. “Vie di fuga”, insomma, mette in comune anche un discorso con noi.

Non è un caso. Di strada insieme, prima e dopo la fine del millennio, ne abbiamo fatta un bel po’ con Paolo Cacciari. E poi lui rappresenta, tra le altre cose, l’esatta antitesi di quella infestante e nutrita fauna di personalità politiche dei “nostri” mondi concentrata principalmente (o esclusivamente) su se stessa, cioè sul proprio tormentato ego. Perfino negli anni in cui si spinse a sperimentare una “militanza parlamentare” un po’ autolesionista, Cacciari ci aiutava a rimettere insieme le idee. Oggi cuce con più libertà e medesimo rigore la trama di qualcosa che ci pare appena d’intuire spesso senza riuscire ad afferrarlo. Inventa con lucidità percorsi e connessioni tra alcune delle riflessioni più interessanti e illuminanti – a nostro modesto avviso – di un tempo avaro di lampi, presagi e pensiero critico. La tesi di partenza del libro è netta quanto impietosa: non c’è alcuna luce alla fine del tunnel in cui s’è infilata la nostra modernità. Il bivio è più nitido che mai: il capitale o la vita. Forse possiamo ancora scegliere, anche perché c’è una galassia d’esperienze che, ovunque e da tempo, si ribellano facendo. Sono esperienze che indicano alcune vie di fuga, appunto. Altre ne vanno cercate, scoperte, ideate. Con calma, tenacia ma senza esitazioni.

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Consumato l’antipasto librario, nel quale anche Marco di Scup ha potuto spiegare perché uno spazio occupato come quello è un anticorpo vivo al carcinoma criminale e istituzionale che affligge Roma, ogni tavolo ha acceso la propria candela. Più che un omaggio, una risonanza – nella dimensione comunitaria – con una delle consuetudini che più ispirano le nostre fatiche: quella delle conversazioni attorno alla tavola di Ivan Illich. Tutto da scoprire, naturalmente, il possibile significato attuale della ricerca di quella dimensione comunitaria. La comunità non è ma si fa, ha scritto una volta per sempre, a proposito della ribellione nella vita quotidiana della città aymara di El Alto, Raúl Zibechi, un altro essenziale compagno di lunga data del nostro incerto cammino cui questa cena sarebbe piaciuta molto.

Ed eccoci finalmente al menù, tutt’altro che virtuale, questa volta. Nessuna esitazione nella scelta di aprire con gli squisiti crostini al paté di carciofi. Cuore tenero e verde e vestito da guerriero, aggiungere qualcosa all’elogio letterario delleOdas Elementales di Pablo Neruda appare superfluo oltre che irrispettoso. Per il piatto forte di apertura, a dirla tutta, eravamo stati a lungo indecisi. Certo il tamago di burrata e filetti di triglia avrebbe fatto la sua figura ma è un piatto estivo e reperire le fragole gariguettes a inizio dicembre, ci siamo detti, sarebbe impresa ardua. Molto meglio una bella pasta e fagioli, ca va sans dire. In fondo, perfino Umberto Eco, in un discusso articolo uscito anche sul New York Times, ebbe a sostenere che il mondo in cui viviamo è stato salvato dai fagioli. A tirare la sfoglia con farina bio per fare i maltagliati, due giorni prima, avevano pensato Daniela eAnnarita, regine (nel senso del gioco degli scacchi) indiscusse della nostra prima uscita in taverna. Una mano col mattarello, però, l’ha data anche Pier Mario, di Medici senza càmice (ma con la parannanza).

I fagioli, si sa, talvolta inducono alla cautela, incutono rispetto e perfino un certo qual timore reverenziale: c’è sempre qualcuno pronto a giurare che diano cattivi sogni e molto vento. Sarà per questo che nessuno dei convitati ha chiesto un terzo piatto ma il bis, con buona pace di Paganini e sereno compiacimento delle nostre regine, l’hanno voluto tutti. Fortuna che la caldera, fattasi cornucopia, ha riempito mestoli a non finire, anche per quegli amici di Scup capitati, forse per caso e a serata inoltrata, a un’insperata e prodiga taverna. Tra un bicchiere di rosso e l’altro, accoglienza entusiasta e relativa fulminea spazzolata anche per le prelibate torte rusticane, una di broccoletti, l’altra di radicchio, e poi per i classici funghi trifolati, le insalate miste e lo sfizioso sformatino di cavolo. La torta di mele preparata dalla mamma di Annarita è finita come meritava, in un batter d’occhio. Perfino delpandoro e della frutta di stagione si son presto perse le tracce. Eppure Adriana, tornata in lieta compagnia da Montevideo, era la sola autorizzata “dalla natura” a mangiare per due.

Dalla nostra postazione, quasi sempre relegata nell’ampia e confortevole cucina di Scup, non abbiamo potuto cogliere granché delle conversazioni intrecciate nelle sette tavolate. Spentolando, servendo e assaggiando, abbiamo però incontratoFelynX, webmaster che oltre dieci anni fa ha festeggiato la rottamazione dell’ultima automobile per dedicarsi anima e corpo alla bici. C’era anche Claudia, operatrice dicall center con molto più che una passione per l’accoglienza e i consigli utili per chi arriva da lontano. Ha già acquistato Vie di Fuga on line ma vuole anche la copia cartacea. Claudia è già una di noi, è ovvio che consideri quel libro ben più che interessante. Così come Irene, fuggita dalla metropoli e rientrata in città per un appuntamento imperdibile con le sue e le nostre idee, e per raccontarci di uno straordinario cinema di Manziana. Annalisa, in questa nostra taverna, sta per assumere funzioni e oneri d’ambasciatrice, dunque non perde tempo e abbozza con Arturo, Stefania e Annarita un nuovo appuntamento preceduto da laboratorio del pane. Con Patrizia, sognatrice irriducibile delle terre più amate di Palestina e scrittrice d’erbe belle e selvatiche, studiamo da tempo un progetto ambizioso e affascinante da far vivere in Comune. Ne parleremo presto. Anche Flore, giornalista migrata da Parigi, rilancia alla grande con un appuntamento: “A febbraio organizziamo una cena con le crêpes“. E poi ci sono Luca, Elisabetta e Paolo, Alessio, Andrea e ancora il grande Alberto che, non pago d’aver introdotto “Vie di fuga”, offre un nuovo saggio di profonda conoscenza delle cose del mondo nell’ardua pulizia della pentola dei fagioli. Altrettanta saggezza mostra la profondità del commento di Delia: “Quello che ho forse capito ieri è che posso smetterla dal sentirmi intimidita da Comune. Che c’è sicuramente spazio per chi ancora cerca, che mi state proprio simpatici e che mi sembra possiate aver bisogno di una mano. Quindi ora è tutto da fare”.

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Sì, è tutto ancora da fare, purché quel fare sia la rivoluzione della vita di ogni giorno. Anche quando si va in taverna. “Noi non c’invitiamo l’un l’altro per mangiare e bere semplicemente, ma per mangiare e bere insieme” (Plutarco, Dispute conviviali, II, 10). E per mangiare, bere e fareComune insieme, niente è più importante di imparare a imparare, come ricorda spessoGustavo Esteva. “Non possiamo aver fiducia in quello che ci hanno insegnato, né nelle persone e nelle istituzioni che riproducono solo cadaveri in maniera scolastica. È il momento dell’immaginazione e dell’iniziativa. Potremo celebrare la frana che ci schiaccerà se non cambieremo posto quando avremo imparato a trasformare quel che cade in materiale per costruire il mondo nuovo”, ci ha scritto nella splendida adesione alla nostra campagna 2014. Esercitare la libertà, è questo il brodo di coltura di Comune-info, dice Esteva. Una bella responsabilità, da condividere e alimentare insieme, perché il brodo della nostra taverna possa mettere in comune l’utilizzo di un linguaggio e la ribellione della parola.

 

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