Piero Bevilacqua: L’affarismo del partito-nazione

Il presidente del consiglio chiede pene più severe, ma poco ha fatto contro il malaffare, preferendo accordarsi con un avversario già condannato dai tribunali della RepubblicaIl pae­sag­gio di cor­rut­tela e intrec­cio cri­mi­nale che domina la vita poli­tica e ammi­ni­stra­tiva di Roma non dovrebbe stu­pirci. È suf­fi­ciente avere memo­ria delle cro­na­che politico-affaristiche degli ultimi 20 anni per capire una verità ele­men­tare: la cor­ru­zione, in Ita­lia, è la norma. Essa emerge ogni qual­volta la magi­stra­tura sco­per­chia la cro­sta della lega­lità for­male e mostra il corso reale degli affari. È suf­fi­ciente affon­dare un po’ l’unghia e zam­pilla l’umore puru­lento.
Costi­tui­rebbe tut­ta­via un errore inter­pre­tare il pro­blema ricor­rendo a cate­go­rie morali di interpretazione.

Per­ché, come qual­cuno ha già detto, la cor­ru­zione e la pre­da­zione siste­ma­tica del bene pub­blico, sono un pro­blema emi­nen­te­mente poli­tico. Pos­siamo chie­derci per­ché tutti gli scan­dali esplosi negli ultimi anni vedono coin­volti uomini poli­tici, rap­pre­sen­tanti di par­titi, eletti nelle ammi­ni­stra­zioni locali? Per­ché nell’affare frau­do­lento, diret­ta­mente o indi­ret­ta­mente, è pro­ta­go­ni­sta o ha comun­que un ruolo di rilievo la figura del par­tito poli­tico? Dovremmo ricor­darci che per oltre tre decenni, nella seconda metà del Nove­cento, in quasi tutte le demo­cra­zie occi­den­tali, i par­titi poli­tici sono stati, come diceva Gram­sci, gli «orga­niz­za­tori della volontà col­let­tiva». Essi for­ni­vano coe­sione sociale, rap­pre­sen­tanza, voce alle masse den­tro lo stato. Erano dei grandi col­let­tori d’istanze sociali e per ciò stesso edu­ca­tori di lega­lità, inse­gna­vano il valore del con­flitto sociale come stru­mento col­let­tivo di espres­sione e di eman­ci­pa­zione. La lotta educa i sin­goli a pen­sarsi come corpo sociale e a tro­vare in essa, e non nelle scor­cia­toie per­so­nali, o nelle pra­ti­che truf­fal­dine, la via per far valere le pro­prie ragioni e i pro­pri diritti. Com’è noto, da tempo, que­sta realtà ha fatto naufragio.

Affa­ri­smo autoreferenziale

I par­titi di massa sono stati divo­rati al loro interno dai poteri economico-finanziari. In Ita­lia – ha scritto Luigi Fer­ra­joli nel II vol. dei suoi Prin­ci­pia juris (Laterza),un testo ric­chis­simo di indi­ca­zioni rifor­ma­trici – la per­dita della dimen­sione di massa, deriva anche «dalla cre­scente sepa­ra­zione dei par­titi dalle loro basi sociali:per la loro pro­gres­siva inte­gra­zione nelle isti­tu­zioni pub­bli­che fino a con­fon­dersi con esse e a svuo­tarle e a spo­de­starle; per la loro tra­sfor­ma­zione da asso­cia­zioni dif­fuse sul ter­ri­to­rio e radi­cate nella società in vaghi e gene­rici par­titi d’opinione, per la loro per­dita di pro­get­tua­lità poli­tica e di capa­cità di coin­vol­gi­mento ideale e di aggre­ga­zione sociale; per la loro sor­dità, il loro disin­te­resse e talora la loro osti­lità ai movi­menti sociali e alle sol­le­ci­ta­zioni esterne». Si com­prende, dun­que, per­ché sono sem­pre di meno i cit­ta­dini che cre­dono di poter far valere i pro­pri diritti (lavoro, stu­dio, casa, salute) attra­verso le vie legali della pres­sione sulle pro­prie rap­pre­sen­tanze poli­ti­che: la diser­zione cre­scente dall’esercizio del voto lo prova a suf­fi­cienza. Men­tre aumenta il numero di chi cerca solu­zioni infor­mali e pri­vate ai pro­pri cre­scenti pro­blemi. Que­sta è da tempo la realtà di gran parte del Mez­zo­giorno, ma ormai costi­tui­sce l’humus su cui pro­spera e si estende, in tutta Ita­lia, un affa­ri­smo di nuovo tipo, talora con pro­pag­gini cri­mi­nali più o meno ampie.

Si potrebbe obiet­tare che nelle altre grandi demo­cra­zie al declino dei par­titi di massa non ha cor­ri­spo­sto un pari tra­collo delle strut­ture della lega­lità. L’obiezione, fon­data, rin­via a spe­ci­fi­cità di lungo periodo della nostra sto­ria nazio­nale, che qui non si pos­sono nep­pure sfio­rare. Ma si pos­sono for­nire spie­ga­zioni suf­fi­cienti pur rima­nendo nell’ambito della sto­ria recente. Ebbene, come pos­siamo sepa­rare il qua­dro di deva­sta­zione civile e morale di Roma, offer­toci dalla inchie­sta giu­di­zia­ria in corso, da quanto è acca­duto in Ita­lia negli ultimi 20 anni? Come si pos­sono sepa­rare i nomi di Car­mi­nati e Buzzi dalla cul­tura del sopruso e della ille­ga­lità pro­fusa a piene mani per oltre vent’anni dal potere poli­tico e di governo di Sil­vio Ber­lu­sconi? L’Italia, unico paese in Occi­dente, è stata lace­rata da un con­flitto di inte­ressi senza pre­ce­denti e senza para­goni con altri stati civili del mondo. L’esecutivo della Repub­blica è stato ripe­tu­ta­mente messo al ser­vi­zio dei pro­blemi giu­di­ziari del pre­si­dente del Con­si­glio e degli inte­ressi delle sue aziende; il par­la­mento è stato ripe­tu­ta­mente umi­liato, gli inte­ressi per­so­nali e quelli pub­blici resi indi­stin­gui­bili. E mes­saggi di impu­nità sono stati lan­ciati per anni agli impren­di­tori, con l’abolizione del reato di falso in bilan­cio, l’esortazione e la pra­tica dell’evasione fiscale, agli spe­cu­la­tori edi­lizi con i con­doni e la libertà di sac­cheg­giare il ter­ri­to­rio, agli eva­sori fiscali con con­doni bene­voli per il rien­tro dei loro capi­tali. Quale altro inci­ta­mento alla frode dove­vano rice­vere gli ita­liani, addi­rit­tura dai ver­tici del potere poli­tico, per per­dere ogni fede – già scarsa per antica debo­lezza di disci­pli­na­mento civile – nelle regole comuni della nazione? Quale altro lascia­pas­sare dove­vano rice­vere i gruppi affa­ri­stici e cri­mi­nali per intra­pren­dere le loro pra­ti­che, in coo­pe­ra­zione con gli ele­menti più spre­giu­di­cati dei partiti?

Un mora­li­smo dozzinale

Ram­men­tare que­sto deva­stante pas­sato con­sente di guar­dare con altri occhi alla rea­zione di Mat­teo Renzi di fronte ai fatti di Roma. Egli ha detto che è stanco di indi­gna­zione e che vuole i fatti. Siamo stan­chi anche noi, ma innal­zare le pene per chi cor­rompe e seque­strare i beni di chi delin­que, non è suf­fi­ciente. È certo apprez­za­bile in sé, ma ancora una volta mostra l’abilità del pre­si­dente del Con­si­glio di tra­sfor­mare qua­lun­que pro­blema in occa­sione di pub­bli­cità elet­to­rale. La tro­vata, che placa un po’ l’ira delle mol­ti­tu­dini e seda il mora­li­smo doz­zi­nale dei nostri media, nasconde una ben più grave realtà. Renzi, emerso alla ribalta come un inno­va­tore, capace di riscat­tare la nazione dai suoi vec­chi vizi è in realtà un con­ti­nua­tore. È anche lui un uomo della palude. La «rot­ta­ma­zione», ottima tro­vata pro­pa­gan­di­stica, gli è ser­vita da stru­mento per rego­lare i conti nel suo par­tito e pren­derne il comando. Non certo per inno­vare le vec­chie regole della poli­tica. Gli avver­sari utili, anche quelli con la fedina penale sporca, anche i cor­rut­tori della nazione, non anda­vano toc­cati. Forse che Renzi, diven­tato segre­ta­rio del Pd, ha spinto il par­tito verso un mag­gior radi­ca­mento sociale? Ha por­tato un’etica nuova, una ven­tata di demo­cra­zia e tra­spa­renza tra diri­genti, mili­tanti, elet­tori? Una volta al governo ha forse messo mano alla situa­zione di ille­ga­lità in cui vive il paese da oltre 20 anni con il con­flitto di inte­ressi di Ber­lu­sconi? Ha ripri­sti­nato il reato di falso in bilan­cio? Al con­tra­rio, ha com­piuto l’operazione più vec­chia e con­sunta della sto­ria poli­tica ita­liana: accor­darsi con l’avversario. Ha siglato un patto segreto con quel Ber­lu­sconi con­dan­nato in via defi­ni­tiva nei tri­bu­nali della Repub­blica. Ha con­ti­nuato a tenere con­tatti con il plu­rin­qui­sito Denis Ver­dini, ha messo mano alla strut­tura della costi­tu­zione, pur non essendo egli stato eletto, for­zando un Par­la­mento che è espres­sione di una legge elet­to­rale dichia­rata inco­sti­tu­zio­nale dalla Corte.

Nuo­vi­smo parolaio

E allora quale mes­sag­gio di lega­lità viene al Paese da tali scelte? Quale inci­ta­mento a con­ti­nuare come prima arriva a tutti i fac­cen­dieri d’Italia? Non dovrebbe essere evi­dente che Renzi, pro­prio lui, il grande nova­tore, a dispetto del suo banale nuo­vi­smo paro­laio, è l’anello di con­giun­zione che tiene in vita la «vec­chia Ita­lia», auto­rizza la con­ser­va­zione del fondo limac­cioso della vita nazio­nale? Non dovrebbe esser chiaro che la poli­tica incar­nata dal pre­si­dente del Con­si­glio si fonda su una immo­ra­lità costi­tu­tiva e irri­me­dia­bile, che gua­sta lo spi­rito pub­blico? Egli infatti non solo rimette in mare aperto l’ ice­berg dell’illegalità ita­liana, Ber­lu­sconi e i suoi, ma con­duce una poli­tica fon­data sulla men­zo­gna. Finge una poli­tica popo­lare con­ti­nuando di fatto la stra­te­gia ispi­rata dai poteri finan­ziari inter­na­zio­nali. Quella poli­tica che ha gene­rato la Grande Sta­gna­zione, che con­ti­nua a distrug­gere il nostro tes­suto indu­striale, sof­foca la vita delle ammi­ni­stra­zioni comu­nali, fa dila­gare disoc­cu­pa­zione e povertà in tante aree del paese, mette in un angolo Uni­ver­sità e ricerca.

Renzi finge oppo­si­zione ai ver­tici di Bru­xel­les, ma lo fa con le parole, per­ché, da vec­chio espo­nente del ceto poli­tico, bada prima di ogni cosa alla con­ser­va­zione del suo per­so­nale potere. Non va allo scon­tro con i forti, pic­chia chi ha a por­tata di mano, sin­da­cati e lavo­ra­tori, accu­san­doli di essere vec­chi, per ren­derli docili agli inve­sti­menti finan­ziari. E’allora, quale fidu­cia può rina­scere nei cit­ta­dini, quale valore viene ridato a lega­lità e tra­spa­renza in un paese in cui lo stato, prima ancora dei cit­ta­dini, parla il lin­guag­gio della menzogna?

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