L’ELOGIO DELL’INGOVERNABILITA’

Dalla parte degli oppressi

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Da tempo quando si parla di politica e di legge elettorale, si dice che la sera stessa bisogna conoscere il vincitore, come nel torneo di briscola alla sagra paesana, o al torneo di bocce del circolo bocciofilo, perché se si va oltre,  ci sono i tempi supplementari, i rigori se non lo spareggio.

Comuque per  restare nella politica le scorciatoie istituzionali per vincere non sono ne nuove ne originali, nel 1953 la dc propose, in nome della governabilità il premio di maggioranza al partito o colaizione che avesse ottenuto il 50 pi uno dei suffragi, fu definita a suo tempo dai Democratici, “legge truffa” e falli.

Oggi il bulletto toscano ha proposto in combutta con il rinnegato del colle, una legge truffaldina e incostituzionale che da una maggioranza schiacciante al partito che ottiene il 37%  o vince il ballottaggio, che legato alla soppressione dle senato significa potere assoluto della minoranza.

Ma perché questa riforma?

Il precedente è nel paese della Bastiglia, dove il PCF con la modifica della legge elettorale, doppio turmo, con gli stessi voti passa da 150 a 53 deputati, quindi la logica del potere non è la governabilità del paese, ma la soppressione delle rappresentanze istituzionali alternative.

In sintesi la rappresentanza scaturita dal proporzionale, 7 partiti presenti in parlamento, ha avuto dal 1945 al 1990 ha gestito il paese con un debito pubblico che non ha mai superato il 60% del PIL; ha varato leggi a tutela del lavoro sempre più garantiste, abolizione della gabbie salariali, statuto dei lavoratori, 150 ore, varato leggi a tutela della salute, assistenza sanitaria gratuita per tutti; dei diritti, divorzio, aborto, libertà di stampa, al quota di PIL destinata al lavoro era del 34/35% del PIL,  poi con la logica dei  governissimi siamo passati, dall’abolizione della scala mobile all’innalzamento dell’età pensionabile, alla riduzione dei diritti dei lavoratori, allo spostamento di quote rilevanti di PIL dal lavoro al capitale, almeno 5 miliardi di euro, oggi la quota di PIL relativa al lavoro è del 28%,  nonostante in questa quota sia compresa la parte di marchionne, tronchetti provera, etc, perché i falsari dei governissimi hanno considerato quelle erogazioni, parte del parasubordinato e come tale inserito nella quota “lavorodipendnete”,  al 120% del debito pubblico con i professori bocconiani voluti dal rinnegato del colle, al 135% del PIL con il bulletto toscano, voluto sempre dal rinnegato del colle.

Allora una riflessione va fatta “La Politica” un tempo “l’arte del possibile” da gestore della RES PUBLICA, da PRIMUS, dell’attività di un paese, perché li nasce l’idea di società come può essere pensata come una sorta di partita a briscola o di calcetto, la sera si deve sapere il vincitore. Il vincitore di che?

Forse è più giusto pensare alla logica che ha portato al bipartitismo, l’allontanamento dei soggetti deboli dalla politica.

Questo è lo scopo vero della governabilità, “allontanare i soggetti deboli dalla politica” cosi il controllo dei votoi diventa meno oneroso e si elide la presenza di soggetti che possano rappresentare l’alternativa al potere costituito.

Per concludere serve un Partito Comunista di massa che sappia ripercorrere quei sentieri che hanno portato i lavoratori ad essere presenti in tutte le istanze politiche e culturali del paese, serve a ridare dignità a tutto quel mondo che oggi appare sconfitto e deriso, quindi “Unità”, ma nella chiarezza degli obiettivi “abbattere questo sistema” fonte di disparità, guerre e fame.

Ass. Ric. Il PCI

 

Quale Futuro

    “dalla parte degli oppressi”

Dopo la riflessione dobbiamo intervenire sul perché di una astensione dal voto da parte dei Comunisti, innanzitutto si era pensato alla presentazione di una lista Comunista per Terracina, non avendo ricevuto richieste, salvo “Il Sestante” di svolgere una campagna elettorale come alleati,  anzi qualcuno ha sostenuto che non si sarebbe tagliato le vene per 500 voti, anche se individualmente siamo stati contattati per entrare nelle liste, tanto per non sentirci in colpa per come sono finite le cose,  dopodichè per le scarse risorse abbiamo preferito dedicarci alla costruzione del fronte del “NO” per il referendum di ottobre,

Ma tornando a  questa campagna elettorale che sarà ricordata per due aspetti:

1 – la personalizzazione estrema della campagna

2 – l’estrema dispendiosità

Mai era apparsa la politica cosi manifestatamente personalizzata, americanizzata, la si vedeva dalle facce dei manifesti, dalle vele che esponeva i tre competitors che lanciavano slogan, è finita l’era dei progetti, delle discussioni, dei programmi oggi si vince o si perde dalla faccia del competitor,

Non sappiamo quanto hanno speso i partecipanti ma dalle invasioni di vele, dalle sedi aperte per l’occasione, dalle cene e dalle promesse,  cifre ingenti.

Ma una cosa possiamo permettercela di dire,  che ancora una volta la città ha scelto il vincente, non ha premiato chi magari era per qualcosa di diverso.

Oggi alla presentazione della giunta possiamo dire che il futuro ci appartiene, se saremo capaci di organizzarci per dare alla città uno sviluppo  ecosostenibile, se saremo capaci di ragionare non all’interno della parrocchietta di appartenenza ma di aprirci alla società facendo si che ognuno possa partecipare con le sue idee e le sue proposte con pari dignità e non sentirsi escluso perché non rappresenta i grandi numeri, (che purtroppo a sinistra non ci sono ormai da tempo) che possa competere alla pari, che i Partiti, le Associazioni, i Movimenti, i Singoli Cittadini che vogliono partecipare alla costruzione di una città migliore possano dialogare  liberamente, per costruire il progetto di città e la squadra di governo.

Non ci sono scorciatoie cosi come nella Resistenza si fecero i CLN per liberare l’Italia oggi dobbiamo fare lo stesso unire i soggetti che abbiano l’idea di città che unisce e progredisce tutti insieme, che riparta con una economia solidale, che sviluppi le sue bellezze naturali, che le ricchezze di cui dispone siano sottratte agli interessi dei pochi per metterle a disposizione della città.

Noi ci siamo, se nessuno offenderà la nostra storia e la nostra convinzione, perché noi non abbiamo mai offeso nessuno nella propria dignità.

Ass. Ric. Il PCI

 

CHI LIBERIAMO

longo CHI LIBERIAMO ……………….

Un tempo si chiese chi liberiamo “Barabba il ladrone o ……………” il popolo disse  “Barabba il ladrone” ed il potere,  in nome del popolo sovrano,  liberò il ladrone.

Quella volta quel popolo almeno gridò chi voleva libero, “Barabba”, voleva stare tranquillo dalle scorribande e non assumersi l’onere di un mondo diverso come chiedeva “l’altro” e cosi che iniziò la storia.

Oggi quel populicchio vile e codardo non ha nemmeno gridato “Barabba” ha lasciato che il potere lo liberasse in nome del popolo sovrano, che potendo scegliere ha lasciato ad altri la possibilità di scelta e lo ha fatto fare,  in loro nome.

Cosi come nel referendum sulla legge 40, fu la gerarchia ecclesiastica ad indicare la strada,  “Astensione”, così non si raggiunse il quorum, la legge ha causato danni ingenti, ci ha fatto diventare un paese talebano e se non intervenivano l’Europa e la Corte avremmo ancora a pieno regime una legge confessionale e ingiusta.

Ancora una volta il populicchio italico si ritrova che altri hanno risolto i suoi problemi.

Cosi la scelta vile dell’astensione è stata seguita da chi per conto terzi gestisce il potere sine die, ovvero sino alla fine del lavoro sporco, del compimento dell’ultimo atto di tradimento di quei morti per la libertà, perché poi il potere quello vero si riprenderà il suo seggio e li vedremo un soggetto più presentabile alle forze politiche esterne che possa rappresentare il paese e non una burletta con l’abito della prima comunione che fa il bulletto circondato dalla pletora di veline e straccioni in cerca del momento di notorietà (che significa prebende e privilegi) in nome di una politica vecchia e stantia, che per anni non è riuscita ad altri perché c’erano tutti gli anticorpi per la difesa della Democrazia.

Oggi ci troviamo ad affrontare, una tornata elettorale, amministrativa, priva di reali contenuti, ma c’è una nuova scadenza, questa si dirimente su quale strada percorrere, quella della Democrazia o quella dell’autocrazia ed è in nome della Costituzione Repubblicana, figlia della Resistenza, che dobbiamo organizzarci affinchè il referendum sulle riforme piduiste venga sconfitto e per far questo bisogna che i,  Comunisti in primis, mettano tutte le loro energie e le loro intelligenze per creare la massima unità su questa battaglia che segnerà la svolta democratica o autoritaria del paese.

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Non sono in gioco, come dicono i servi piduisti 300 “posti a pagamento” che costano al paese miliardi, ma la stessa democrazia perché in combinazione con la legge elettorale porterà alla minoranza i due terzi del potere e il parlamento non sarà altro che il senato di Caligola,  che non avrà cavalli senatori,  ma servi che faranno della loro presenza lo specchio della loro concezione della democrazia.

I Costituenti avevano ideato il bicameralismo come elemento di riflessione puntando ad una sorta di camera alta, dando il voto a chi aveva più di 26 anni, mentre si votava alla camera a 21 anni, quindi una rappresentanza diversa e forse anche come eccesso dopo 20 anni di dittatura di una cerchia di potere assoluto.

Se vogliamo che resti al Costituzione dei Partigiani e di Terracini dobbiamo costruire l’unità dei Comunisti, delle forze progressiste ovunque collocate, dialogare con loro, portare avanti il progetto innovatore della Costituzione, diversamente saremmo costretti a subire la costituzione di gelli e verdini, perché dare la paternità alla velina ministro delle riforme,  sarebbe veramente un insulto alle intelligenze, quindi ricominciamo, strada per strada,  casa per casa,  a portare la voce della Resistenza.

Associazione Ricostruire il PCI

 

 

 

LA GRANDE TRUFFA

Aumentano i contratti a tempo indeterminato, aumenta l’occupazione, slogan e deliri governativi, accompagnati dagli ascari della carta stampata e delle tv.

Niente di più falso, l’unico dato certo è il costo di quest’operazione mediatica che favorisce le imprese a danno dei lavoratori, cosa che succede da oltre venti anni, 11 miliardi di euro.

11 miliardi di euro di costi trasferiti dalle imprese al lavoro, infatti quello che era “salario” secondo le più autorevoli scuole economiche, viene annullato, scompare nel nulla a favore dei prenditori che assumono a tempo indeterminato che con il jobs act è come dire un precario sine die, considerato che non si applica a questi contratti l’art. 18, infatti lo scopo del giullare toscano solerte realizzatore del piano piduista, è quello di distruggere la previdenza pubblica a favore di quella privata e quindi, trasferire il costo dall’impresa al lavoro.

Certamente quel barlume che appariva con le nuove assunzione distoglieva l’attenzione sui futuri scenari previdenziali, già abbastanza bui, non a caso che la pensione coprirà il i 54/55% del salario, dopo 40 anni di lavoro,  con la rapina di 11 miliardi al termine del periodo renziano si decurterà notevolmente non affluendo risorse al fondo pensione, perché lo stato non verserà nei fondi il dovuto, ma lascerà che quel fondo si assottigli al fine di rendere la previdenza pubblica marginale costringendo i lavoratori a sottoscrivere polizze private dove i profitti sono dei grandi gruppi e dei managers superpagati, attuando il programma piduista per la distruzione delle conquiste del 900 e della subalternità del lavoro salariato a favore del capitale, determinando una ulteriore perdita di quota all’interno del PIL,  quindi lo sgravio contributivo, non accompagnato da un recupero dalla fiscalità generale significa una DECURTAZIONE DEL SALARIO DIFFERITO.

Negli anni in cui la sinistra perdeva, ma era rappresentata da un grande Partito, il PCI, la quota di PIL legata al salario era del 32/33%, oggi è scesa al 27/28%, ma con una precisazione che i pennivendoli della carta e delle tv e gli ascari dell’istat non  specificano,  in quella percentuale ci sono i compensi dei marchionne, tronchetti provera, profumo, etc,    in quanto gli amministratori delle società sono “lavoratori parasubordinati” e i loro appannaggi sono nel calderone, quindi si può affermare che negli ultimi 20 anni il salario è stato decurtato di almeno 10 punti di PIL a favore del capitale.

Serve invertire la rotta, non solo per motivi di umanità e giustizia, ma perché continuando su questa rotta si avvererà il programma liberista che nel 1994 ha avuto il nobel  per l’economia, il neoschiavismo e il trionfo della reazione che porterà a scontri mortali, perché un popolo affamato deve scegliere se morire di fame o combattendo e non tutti saranno cosi vili da morire di inedia e di stenti.

Per questo è necessaria l’UNITA’ dei Comunisti ovunque essi siano per costruire l’alternativa a questo stato di cose, si può restare collocati nelle proprie parrocchiette ma serve un’unità d’azione, l’apertura del conflitto sul lavoro, sui beni pubblici, sull’istruzione, sulla sanità, sulla rappresentanza, ma come momento unitario e unico perché su questi temi non ci può e non ci deve essere gradazione o disinteresse.

Terracina – 02/04/2016                                                      Ricostruire il PCI

 

 

 

 

 

NON È NEANCHE UN PAESE PER BIMBI

Non è neanche un paese per bimbi

Con la crisi prende corpo l’offensiva al diritto alla formazione critica e al benessere dei lavoratori che non risparmia più neanche i bambini dei nidi e delle scuole dell’infanzia. In tantissime città d’Italia è in atto lo smantellamento e la privatizzazione dei servizi socio-educativi e scolastici che trova la propria ragion d’essere nella follia reazionaria di mantenere in vita un sistema di relazioni sociali insostenibile. Ma educatrici, funzionarie, genitori, associazioni e sindacati non ci stanno e hanno cominciato a dire NO!

di Alessandro Bartoloni

A Roma, Firenze, Parma e in tantissime altre città d’Italia è in atto lo smantellamento e la privatizzazione dei servizi socio-educativi e scolastici che trova la propria ragion d’essere nella follia reazionaria di mantenere in vita un sistema di relazioni sociali insostenibile. “Un ritorno al passato“ analogo a quanto previsto a livello nazionale. Nella capitale, l’ultimo atto ha inizio il primo agosto 2014 con l’amministrazione che, dopo mesi di trattative, sceglie di varare in via unilaterale (quindi senza la firma della controparte sindacale) il nuovo contratto collettivo per tutti i dipendenti capitolini. La deliberazione 236 è figlia del piano di rientro imposto attraverso il c.d. salva Roma [1] e adegua utilizzo e remunerazione della forza-lavoro ai dettami fino ad allora inevasi della legge Brunetta: valutazione della performance individuale e di gruppo e tutte le altre amenità tese a prevenire il conflitto e scaricare sui lavoratori il peso della crisi.

Ma educatrici, funzionarie, genitori, associazioni e sindacati non ci stanno e hanno cominciato a dire NO! [2]. Perché nessuno viene risparmiato. Neanche 207 asili nido e 320 materne, per un totale, rispettivamente, di 13 mila e 35 mila bambini assistiti. E coinvolti, loro malgrado, in una riorganizzazione complessiva del settore non certo pensata per venire incontro all’improcrastinabile esigenza di universalizzazione del servizio (attualmente solo il 17% dei bambini ha diritto a frequentare un nido pubblico), o per diminuire gli oneri derivanti dalla precarietà di orari e di guadagni (che costringe i genitori a chiedere un servizio decente anche a luglio, la sera tardi, la mattina presto, il sabato), o per un diritto allo studio che oramai comincia a tre mesi.

La riorganizzazione dei servizi socio-educativi e scolastici di Roma, al contrario, è pensata coerentemente all’esigenza di riannodare il filo dell’accumulazione perduta attraverso il taglio alle voci di bilancio dedicate ai nidi e alle materne; la riduzione salariale; gli incentivi all’estrazione e alla realizzazione di plusvalore da parte dei piccoli e grandi gruppi cooperativi ed imprenditoriali del settore. Questo malgrado sia ampiamente noto che le capacità, le conoscenze e le abilità proprie dell’età adulta si vanno scoprendo e formando fin dalla nascita e un ambiente adeguato e stimolante è fondamentale per promuovere la formazione dei comportamenti e delle abilità del futuro lavoratore.

I bilanci annuale e pluriennale approvati dall’Assemblea Capitolina a fine marzo e duramente contestati perfino dai sindacati confederali con la manifestazione di sabato 23 maggio parlano chiaro. Per il 2015 la Giunta Marino prevede un taglio di oltre 11 milioni di euro sui nidi e oltre 13 milioni sulle materne. Se i tagli preventivati per i prossimi anni dovessero essere confermati ci troveremmo nel 2017 ad avere per nidi e materne complessivamente un taglio di spesa di 50 milioni di euro rispetto al 2013. Cifre modeste in valore assoluto, ma enormi se considerate relativamente alle dimensioni di questo mondo e dei suoi piccoli abitanti. Risparmi che non sono la diretta conseguenza dello sviluppo delle forze produttive che abbassa i costi a parità di prestazioni, ma di un depauperamento quali-quantitativo del servizio.

Tagli quantitativi che contabilizzano il mancato rinnovo delle precarie e l’aumento dell’orario di lavoro e dei bambini da accudire per chi rimane (a busta paga invariata, ovviamente). Dequalificazione che si ritrova nella gerarchizzazione delle funzioni, nell’articolazione dell’orario e nell’erogazione del lavoro, pensate per ottenere risultati che poco hanno a che fare con il processo, ma molto con il prodotto. Ad esempio, definendo l’efficacia e l’efficienza attraverso il grado di saturazione e di fruizione delle strutture, il tasso di sostituzione del personale, il rapporto medio educatrice/bambini, ecc., si creano obiettivi estranei a quelli per cui nascono e si sviluppano i nidi e le materne: la cura e la formazione dei figli del proletariato. L’effetto di queste scelte è devastante, si svaluta la futura forza-lavoro e si torna ad una visione meccanicamente antropoplastica dell’educazione, con la conseguente incapacità di trattamento degli atteggiamenti devianti o anche solo originali.

All’impoverimento del servizio e alla riduzione delle spese dedicate non corrisponde però un calo delle rette e delle imposte che servono a coprire le spese programmaticamente in via di diminuzione. Quindi è come se si comprasse a prezzo pieno cibo adulterato. Per tanto è il salario di tutti i genitori che diminuisce, non solo delle insegnanti. L’esistenza di nidi e materne pubbliche, infatti, consente la redistribuzione tra tutti i contribuenti dei costi inerenti la riproduzione dei lavoratori. Tagliare tali servizi senza un corrispettivo calo delle rette e della tassazione significa dunque diminuire il salario in quanto si riduce la quota parte fornita “in natura” dal comune (c.d. salario indiretto) senza che aumenti la quota parte che consente l’acquisto di tali servizi sul mercato (c.d. salario diretto). Se poi si considera che le rette e l’imposizione fiscale locale sono in aumento, la fregatura è ancora maggiore.

Tuttavia il comune di Roma Capitale ha pensato bene di ovviare a questo inconveniente incentivando direttamente l’erogazione di servizi privati, in modo che diventino ancora più convenienti di quanto il depauperamento della qualità e l’aumento del prezzo del pubblico già non li renda. Dunque massima apertura al privato convenzionato e in concessione, al fine di arrivare a quel mix pubblico-privato [3] che tante gioie regala all’asinistra nostrana e alle sue cooperative [4] e che lascia “perplesso” l’ex commissario alla spending review, Carlo Cottarelli [5].

Una diversa e razionale riprogrammazione di questo servizio è, dunque, possibile solo accettando l’ampio sfasamento tra il momento in cui si impiegano le risorse e si lavora sui bimbi e il momento in cui questi, divenuti adulti, saranno in grado di mettere a frutto come cittadini e lavoratori le capacità, le conoscenze e le abilità scoperte, promosse e insegnate già a partire dai primi mesi di vita. In altre parole ciò significa uscire dalla dicotomia che valuta il finanziamento a nidi e materne come una spesa improduttiva da contenere o un investimento da remunerare, per arrivare a comprendere che le risorse impiegate oggi nella corretta e moderna cura ed educazione dei nostri figli, i figli dei lavoratori, saranno abbondantemente ripagate solo quando essi saranno cresciuti. Per farlo è necessario tener conto dalla lentezza e dell’incertezza nell’erogazione in età adulta delle capacità, delle conoscenze e delle abilità acquisite, che dipendono da quali saranno le capacità, conoscenze e abilità medie e le condizioni economiche del momento. Se queste non cambieranno, l’aspirazione ad universalizzare il benessere e i diritti dei bambini è destinato a infrangersi con la necessità di perpetrare e approfondire le attuali disuguaglianze.

Note:

[1] Con la deliberazione 194 del 3 Luglio 2014 la Giunta Capitolina approva il piano triennale per la riduzione del disavanzo e per il riequilibrio strutturale di bilancio di Roma Capitale ex art. 16 del Decreto Legge 6 marzo 2014, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 maggio 2014, n. 68.

[2] Per la cronaca delle mobilitazioni si veda “L’educazione interrotta. A chi giovano i tagli ai servizi dell’infanzia?http://www.zeroviolenza.it

[3] Si veda “The Role and Impact of Public-Private Partnerships in Education”, Banca Mondiale, 2009.

[4] Si veda “Le iniziative di partenariato pubblico-privato in Emilia-Romagna” a cura di Unioncamere Emilia- Romagna.

[5] Nel suo libro “La lista della spesa”, riguardo i finanziamenti pubblici alla scuola privata scrive: un po’ più di 300 milioni li riceve l’istruzione privata. Questo trasferimento resta per me un mistero, tenendo conto dell’articolo 33 della Costituzione, che recita: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo stato”. Mi si dice che quel “senza oneri per lo stato” significa che lo stato non è obbligato a trasferire risorse a scuole e università private, ma che può farlo se vuole. Mah! Resto perplesso.