Diario di una lotta – dai lavoratori dell’IRISBUS

Diario di una lotta
Da MARX XXI
di Giovanni Sarubbi, segretario Provinciale Pdci di Avellino
e Luca Servodio, direzione nazionale PdCI

È stato presentato ad Avellino il libro “Diario di una lotta”, scritto dai lavoratori dell’IRISBUS di Valle Ufita. È una storia di parte, più precisamente un diario di tutto ciò che è successo durante i 117 giorni di lotta che hanno tenuto bloccato lo stabilimento FIAT-IRISBUS di Valle Ufita nel tentativo disperato di impedirne la chiusura che poi è avvenuta.

Ci sono articoli di giornale, comunicati stampa, dichiarazioni di politici, sindacalisti, amministratori comunali, documenti parlamentari. Il diario si apre il 7 luglio 2011 quando, per la prima volta in Italia, i lavoratori sono messi al corrente del loro destino dalle pagine del quotidiano “Il Mattino” che pubblica la notizia sulla decisione della Fiat di voler chiudere lo stabilimento di Valle Ufita. Il libro si chiude con l’accordo, che il diario chiama “accordo della vergogna”, del 14 dicembre 2011, che ha chiuso lo stabilimento e con una lettera di Rossella Iacobucci, del Comitato Resistenza Operaia che si è formato per sostenere la lotta dei lavoratori IRISBUS.

Il libro è aperto dall’immagine di un quadro dal titolo significativo “Naufragio della speranza”, che è richiamato dal titolo della lettera conclusiva che è “Il sogno tradito”.

Questi elementi fanno comprendere bene, anche visivamente, come il libro racconti una sconfitta dei lavoratori e del movimento sindacale e delle forze politiche della sinistra, nonostante la generosità e l’impegno nella lotta che i lavoratori hanno messo in campo.

Questo libro diventa dunque il diario di un tradimento subito, della rabbia e dell’indignazione delle tute blu, della morte di una zona interna del Mezzogiorno d’Italia, in questo caso Valle Ufita, adagiata sull’Appennino meridionale campano, nella parte settentrionale della provincia di Avellino, ma anche, al tempo stesso, della necessità di un rilancio forte e quanto mai necessario della “questione meridionale”, da troppo tempo messa in disparte e ignorata da politici e istituzioni locali.

Il libro non analizza i motivi della sconfitta, si limita a rappresentarla riportando la documentazione di ciò che hanno detto e fatto gli operai e i vari soggetti politico-istituzionali che si sono impegnati e ancora si occupano della vicenda.

Il libro si limita a indicare una volontà, quella di continuare la lotta ma non ne traccia il percorso ne indica una traccia di riflessione sugli errori commessi, sul perché si è stati sconfitti, su quali siano le responsabilità politiche o sulla necessità di cambiare profondamente il tipo di società. C’è, ed è importante, una dichiarazione di voler trasformare la sconfitta momentanea subita in vittoria.

Le strade che i lavoratori dell’Irisbus possono seguire sono due. Da un lato quella di rincorrere ancora una volta i vecchi politici dell’Irpinia, quelli che sostengono di essere stati i promotori e i realizzatori dello stabilimento FIAT oltre trent’anni fa, con tutto il marciume del potere economico–finanziario a essi collegati, oppure tentare di percorrere la via dell’emancipazione dei lavoratori e dell’intera società, promuovendo l’unità di classe tra tutte le diverse vertenze irpine e regionali esistenti, e sono oramai centinaia, partendo dal rispetto integrale della Costituzione nata dalla Resistenza al nazi-fascismo, che mette il lavoro ed il rispetto del bene collettivo a fondamento del nostro Stato. Solo un nuovo umanesimo potrà fare piazza pulita degli egoismi e dell’idolatria del mercato che da oltre trent’anni dominano la scena politica italiana e mondiale.

Al momento, dai dibattiti infuocati promossi dal Comitato di Resistenza operaia che si sono svolti nell’ultimo mese, non c’è ancora una linea chiara. Emergono profonde divergenze di opinione e tentativi di frantumare e depotenziare la lotta fin qui realizzata.

Una cosa è certa: non potranno essere le forze politiche e sociali che hanno provocato la crisi economica che è all’origine della chiusura dell’Irisbus a trovare la soluzione che vada negli interessi dei lavoratori e di tutta la società nel suo complesso. Queste forze dovrebbero mettere in discussione la destinazione dei fondi pubblici che loro hanno orientato verso la spesa militare anziché verso quella civile (ci sono i soldi per gli F35 ma non per i pullman, per la TAV ma non per i treni dei pendolari, per le cliniche private ma non per la sanità pubblica, ecc), oppure la privatizzazione selvaggia dei servizi pubblici essenziali, con la distruzione dell’intervento pubblico in economica, o l’aumento esponenziale degli squilibri sociali fra nord e sud, con le imprese del nord che in questi due ultimi decenni sono diventati l’idrovora insaziabile che ha risucchiato tutte le risorse economiche possibili e immaginabili una volta destinati al sud.

Sono questi i temi che sono all’ordine del giorno dello scontro politico-sociale oggi in Italia. Se il Comitato Resistenza Operaia dell’Irisbus saprà affrontarli con coraggio allora la realizzazione di questo “Diario di una lotta” avrà avuto un senso e produrrà molti frutti. Altrimenti…

(Per richiedere copia del libro mettersi in contatto tramite facebook con Resistenza Operaia http://www.facebook.com/resistenza.operaia )

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“El pueblo unido jamás será vencido”

“El pueblo unido jamás será vencido”
di Fosco Giannini, segreteria nazionale PdCI

Dalla grande manifestazione della FDS del 12 maggio a Roma un progetto di lotta e di unità

Sotto il Colosseo, sopra un mare di bandiere rosse, dal palco della manifestazione della Federazione della Sinistra, sabato 12 maggio, a Roma, il segretario del PdCI, Oliviero Diliberto, saluta “ i comunisti e le comuniste d’Italia” e prosegue : “ la Repubblica dice che siamo in 40 mila! E se lo dice la Repubblica, che certo non ci ama… Dopo quattro anni tremendi di umiliazioni è l’ora del riscatto. Dico ai compagni di SEL: cosa aspettate a tornare con noi? E ringrazio la delegazione che l’IDV ha mandato; questo partito è l’unica opposizione di sinistra in Parlamento. Dobbiamo unirci, uniti si vince, possiamo, insieme, lottare e giungere ad un consenso elettorale a due cifre”.

Subito dopo è Paolo Ferrero, segretario del PRC, a confermare la tesi di Diliberto e ad affermare nettamente, al popolo comunista e di sinistra in piazza, che “oggi siamo di fronte ad un fatto storico: nasce l’opposizione sociale al governo Monti e se ci presentassimo insieme alle elezioni, IDV, SEL e la Federazione della Sinistra, supereremmo il 20 per cento!”.

L’ottimismo e la passione ritrovata dei due segretari comunisti non vengono dalla retorica, non sono appesi alle nuvole: sono nati, rinati, passo dopo passo, bandiera rossa dopo bandiera rossa, da Piazza della Repubblica al Colosseo, lungo un corteo lunghissimo e folto che ha riconsegnato senso sociale e politico, determinazione e coraggio ai comunisti e alle comuniste del nostro Paese, alla sinistra italiana.

Niente viene a caso, naturalmente, e la grande manifestazione del 12 maggio trova le sue radici in un lungo, paziente e certosino lavoro che le compagne e i compagni del PdCI e del PRC – uniti – hanno fatto sui territori, nelle città, nei paesi, nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, fianco a fianco ai movimenti di lotta, con la Fiom, con Cgil. Lavoro da cui è scaturita quella lunga teoria di pulmann che hanno portato i comunisti da tutta Italia a dipingere di rosso Roma. E qui sta il primo dato, significativo, centrale, denso di prospettive felici: le comuniste e i comunisti, il PRC e il PdCI, uniti, possono farcela, possono invertire la rotta, rilanciare la FDS, mettere in piedi l’opposizione sociale e politica necessaria per rispondere alle dure politiche liberiste e antipopolari del governo Monti; possono, uniti, offrirsi come catalizzatore unitario dell’intera sinistra, dei movimenti di lotta. Possono, uniti, evocare sul campo, praticare, costruire una politica concreta d’alternativa al liberismo imperante; possono dare un contributo importante al cambiamento. In ogni territorio, dal nord al sud del Paese,il PRC e il PdCI, i loro dirigenti nazionali, i dirigenti locali, i militanti, vanno da mesi lavorando assieme: prima nella campagna di raccolta firme per la petizione lanciata dalla Federazione della Sinistra in difesa dell’articolo 18, che si è sviluppata in tutto il Paese; poi per la riuscita di questa grande, solare, manifestazione contro il governo Monti e per l’unità della Sinistra. Scese e scesi in piazza assieme, le compagne e i compagni del PdCI e del PRC, unite e uniti nel lavoro comune e concreto, non hanno trovato, tra loro, differenze ostative dell’esigenza unitaria; hanno solo constatato, sul campo, nelle piazze, davanti alle fabbriche, alle prefetture, attorno ai gazebo messi in piedi in difesa dell’articolo 18 e dell’intero Statuto dei Lavoratori, che unirsi è possibile, è facile, positivo, proficuo. Per risorgere, per rilanciare l’idea e la prassi del Partito comunista, dell’unità dell’intera Sinistra. L’hanno constatato, l’hanno praticato e le diecimila bandiere rosse con la falce e il martello che si sono levate, come il risvegliarsi di un’idea, nel cielo di Roma, sono state il premio per tanto, unitario, appassionato, determinato, sereno – determinato e sereno perché unitario – lavoro. Lungo il corteo, mano a mano che i “cento passi” che portavano al Colosseo divenivano i mille e i diecimila passi, la differenza di iscrizione, di tessera, tra compagni del PRC e del PdCI scemava e cresceva, invece, la consapevolezza di essere lì, a lottare, insieme, per gli stessi obiettivi: critica profonda, senza sconti, alle politiche antioperaie del governo Monti e costruzione, camminando insieme, dell’unità, dei comunisti e della Sinistra. La strada, diceva un poeta dell’America Latina, si fa camminando e camminando, nelle strade di Roma, si è battuta la strada dell’unità, che è l’unica per il cambiamento, per la vittoria.

Certo, ciò che vogliamo non giunge solo dalla nostra pura volontà. Il lavoro capillare e unitario svolto dai comunisti e dalle comuniste dei due partiti sui territori è stato centrale per la riuscita, anche insperata nelle sue dimensioni, della manifestazione. Ma tale riuscita ha avuto anche un’altra, decisiva, base materiale; il punto è che il vento sta cambiando, sta cambiando in tutta Europa. Le vittorie della sinistra e dei comunisti in Grecia; la vittoria di Hollande e del Front de gauche in Francia; quella dei laburisti inglesi di Milleband nelle ultime amministrative; la disfatta della Merkel e di tutta la sua politica d’austerità antipopolare nel Nordreno- Westfalia e l’affermazione speculare della SPD e dei Verdi; le grandi lotte di massa della sinistra e dei comunisti in Portogallo e in Spagna: un’onda continentale si alza a dire che delle politiche iperliberiste, della ditttura della BCE, della Commisione europea, dell’Europa di Maastricht i popoli sono stanchi, che una coscienza di massa antiliberista va costituendosi, che la lotta va montando e che il tempo è giunto del cambiamento. Un’onda, questa continentale, che sembra, seppur ancora troppo timidamente, lambire anche il PD italiano, che inizia forse a pensare che a destra può morire, che tra gli artigli di Monti e del monetarismo totale è destinato sicuramente a dissanguarsi.

Questo vento continentale e nazionale del cambiamento, peraltro, si è levato forte sullo stesso palco della manifestazione comunista e di sinistra del 12 maggio: sono stati, da quel palco, il compagno Pierre Laurent, del Partito comunista francese e del vittorioso Front de gauche; è stato il compagno greco Vassilki Primikiris, di Syriza, è stata la compagna del Partito comunista portoghese, assieme agli operai in lotta delle fabbriche italiane, ad Adelmo Cervi ( figlio del capo partigiano Aldo, uno dei sette fratelli Cervi) e a tanti esponenti dei movimenti di lotta del nostro Paese, a dire che è ora di cambiare, che “el pueblo unido jamas serà vencido”.

E sarà stata anche quest’aria di successo che si respirava già diversi giorni prima della manifestazione – assieme alla determinazione unitaria, all’offensiva unitaria dell’intera Federazione della Sinistra – a convincere SEL di Vendola e l’IDV di Di Pietro ad aderire e partecipare al corteo del 12 maggio. Un primo passo importante, significativo, dopo il quale altri passi dovranno venire. Lo vogliamo e ci impegneremo, tutti, unitariamente, per questo, a partire dal consolidamento dei rapporti tra FDS, SEL, IDV e movimenti nei territori.

La manifestazione del 12 è venuta dopo le amministrative italiane. Un voto che ha prodotto almeno tre punti positivi: primo, la disfatta della destra, Pdl e Lega; secondo, la disfatta del centro e un colpo forte – seppur momentaneo – al costituendo Partito della Nazione di Casini; terzo, la tenuta della Federazione della Sinistra, che da quelle postazioni difese, nonostante Grillo e la scientifica, totale, cancellazione del proprio operato sociale e politico da parte dei media, può ora rilanciare il proprio progetto di unità a sinistra.

Diciamo che uno dei punti positivi è quello della temporanea disfatta della linea Casini poiché vediamo nella costruzione strategica del Partito della Nazione – o simili – il pericolo forse più grande per la democrazia italiana e per gli interessi dei lavoratori. E’ del tutto evidente, infatti, che il FMI, gli USA, la NATO,la BCE, la Commissione europea, dopo il disgregarsi del PDL, cercano, in Italia, un loro, nuovo e solido, partito di riferimento. Un partito liberista con consenso di massa e subordinato ai poteri forti internazionali e nazionali, all’imperialismo USA e all’Europa di Maastricht , un partito che possa instaurare un nuovo ordine in Italia, un ordine liberista conseguente, strutturato ed organico come mai, nella storia repubblicana, si è ancora visto. Un ordine liberista nuovo che ha iniziato a prendere forma nella fucina del governo Monti e potrebbe costituirsi attraverso un’unità partitica delle forze del Terzo Polo, di quelle – forse imponenti – in libera uscita del PDL, della destra del PD, di esponenti dello stesso esecutivo in carica più esponenti delle forze conservatrici e capitalistiche italiane. O potrebbe costituirsi da un diverso progetto unitario a destra, da un “colpo” ad effetto di Berlusconi volto all’unità con Casini. Sarebbe, questo nuovo partito, quello che insegue da tempo lo stesso Casini, il partito che va cercando la BCE e l’Europa di Maastricht. E’ per questo che le elezioni amministrative ci hanno dato, tra gli altri responsi, un responso positivo: un primo colpo a Casini, vero regista del partito della Nazione o – chiamalo come vuoi – del nuovo partito di massa italiano della BCE.

E’ del tutto chiaro, però, che il pericolo non è scomparso. Casini è al lavoro, il PDL cerca una via per sopravvivere e riciclare la propria essenza, altre forze di destra ed emanazioni dirette del capitale e della Confindustria cercano la via dell’unità e della vittoria per un ordine nuovo, quello liberista organico e strutturato. Un pericolo vero, presente, che sarebbe devastante per la residua democrazia italiana e per i residui diritti dei lavoratori. Un pericolo che le forze comuniste, di sinistra e democratiche debbono scongiurare, lottando e progettando un’alternativa. Lottando, anche, per sottrarre il PD a questo progetto.

E’ per questo che è più importante di prima costruire una sinistra forte in grado di porsi come punto di riferimento per l’ormai troppo vasto dolore sociale e per le lotte di massa, per evitare che si organizzi consenso verso nuove soggettività populiste e anche per condizionare, da sinistra, lo stesso PD; una sinistra forte in grado di evocare le spinte migliori del PD battendo le sue pulsioni liberiste, di destra e volte al proseguimento, anche sotto altre spoglie, del governo Monti.

La manifestazione del 12 maggio, la sua riuscita, ci dà speranza e nuova passione. E ci pone, in modo più pressante di prima, la questione del “che fare”. Come dobbiamo operare, cioè, concretamente, dopo questo splendido 12 maggio?

Dobbiamo, innanzitutto, prioritariamente, considerando questo passaggio quello ineludibile e decisivo, mettere a valore, consolidare e accelerare il processo unitario, nelle piazze, nelle lotte, del PRC e del PdCI, dell’intera Federazione della Sinistra. Occorre che i gruppi dirigenti dei partiti della FDS, senza indugio, senza retropensieri negativi e senza perdere tempo, chiedano a tutti i militanti della FDS di unirsi, subito, nella lotta, nell’impegno comune contro le politiche del governo Monti. Occorre che i coordinamenti territoriali della FDS, sinora un po’ aggrovigliati, macchinosi, disorganizzati e segnati da striscianti pregiudizi reciproci provenienti dalla pancia oscura delle varie forze della stessa FDS, prendano slancio, risorgano e alla luce unitaria del 12 maggio si rimettano decisamente in marcia. Occorre che dagli stessi gruppi dirigenti nazionali della FDS partano indicazioni forti e chiare, a proposito. Occorre che i dirigenti nazionali della FDS scendano al più presto nei territori per incontrare i coordinamenti della FDS, per tastare il terreno, conoscere lo stato d’animo, indurre all’unità, al lavoro, alla lotta comune. C’è molto da fare: la lotta contro la devastante controriforma pensionistica, contro l’IMU, in difesa dell’articolo 18 e dello Statuto dei Lavoratori, contro gli F35 e contro la guerra annunciata contro la Siria e l’Iran debbono trasformarsi un una vera e propria campagna unitaria e di massa, attorno alla quale evocare il maggior numero di forze di sinistra e progressiste. Occorre un progetto di lotta da definire centralmente e disseminare territorialmente, chiamando ad un impegno pianificato tutta la FDS. La lotta contro il fiscal compact, contro l’orrore sociale insito nell’obbligo del pareggio di bilancio inserito nella Costituzione deve trasformarsi in una vera e propria campagna nazionale, volta a respingere questo diktat tedesco e costruire coscienza per l’alternativa. Ora, dopo il 12 maggio, ben più di prima, si può. Ed è importante, decisivo, che una richiesta di lotta unitaria, più unitaria di prima, sia motivata e sollecitata da un’indicazione comune dei gruppi dirigenti della FDS; magari una lettera comune, firmata dai segretari dei partiti della FDS, a tutti gli iscritti e i militanti dei partiti della FDS. Una lettera, ma – ancor più – un’indicazione generale forte e viva, volta a superare ogni titubanza unitaria, ogni pregiudizio residuo, ogni stucchevole atteggiamento diretto a dividere il capello unitario in sedici; una indicazione forte che divenga una vera e propria parola d’ordine, un vero e proprio “piano d’azione”, un conflitto sociale organizzato da sviluppare nei territori. Mettendo a fuoco obiettivi di lotta nazionali e omogenei ( una raccolta firme, città per città, banchetto per banchetto, festa estiva per festa estiva attorno a un documento di critica serrata alle politiche liberiste del governo Monti, un documento con le nostre proposte strategicamente alternative?) e obiettivi comuni di lotte territoriali. Cioè: che facciamo, assieme, uniti, contro “l’acquario” ove vengono chiamati ad umiliarsi gli operai della Fiat di Pomigliano d’Arco? Che facciamo a Termini Imerese? Che facciamo, assieme, contro il progetto scellerato dell’Alcoa, la multinazionale nordamericana che in Sardegna sta per licenziare mille operai? Che facciamo a Piombino, contro il pericolo di chiusura delle acciaierie Lucchini? Che lotta organizziamo a Cameri, in provincia di Novara, dove montano – indisturbati – gli F35? Non è ora che i compagni e le compagne dell’intera FDS si appassionino a questi temi, rinunciando ad annusare, ancora diffidenti, le reciproche tessere? Molto, anche se non tutto, dipende dalla compattezza, dal senso di responsabilità, dalla visione strategica e dalla volontà di diffondere passione unitaria dei gruppi dirigenti della FDS, che hanno anche il compito di lanciare con forza uno stile di lavoro, chiedendo a tutti i militanti di costruire in ogni territorio, in ogni città e paese, l’unità d’azione, dal basso, con i compagni di SEL, con l’IDV, con i militanti della FIOM e della CGIL, con i movimenti di lotta.

Naturalmente, a tale indicazione, va assommata una nuova – se fosse possibile più decisa di prima – offensiva unitaria verso SEL, l’IDV e ogni altro soggetto di sinistra volto al cambiamento e alla costruzione dell’opposizione sociale e dell’alternativa. Occorre sviluppare verso queste forze un chiaro, deciso, pubblico, lavoro politico e diplomatico. Dal basso si costruisce l’unità di lotta e dall’alto i rapporti positivi, virtuosi, tra gruppi dirigenti.

Rispetto al nuovo vento che spira, in Europa e in Italia, questo lavoro è verosimile, possibile. Non dobbiamo tentennare, attende gli eventi. Che la lotta inizi. Che il progetto prenda corpo. Ora, subito.

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TUTTI I NODI VENGONO AL PETTINE: A RISCHIO LA TENUTA DELLA FDS

pubblichiamo un intervento di S. Valentini pubblicato sul suo blog come elemento di discussione su un progetto politico la FDS che non ha trovato sinora un percorso comune con le altre forze anticapitaliste e non riesce ad aggregare ne riesce a riunire i due Partiti Comunisti presenti.


Anche in Italia il montanare della protesta sociale contro le politiche di austerità neoliberiste dell’Unione europea targata Germania di Merkel per fronteggiare la crisi economica e finanziaria ha prodotto un terremoto elettorale: il Pdl è in caduta libera, la Lega ha subito una sonora sconfitta, il progetto di Casini di costruzione di un polo moderato di centro non decolla, anzi abortisce, il Pd perde consensi, Idv e Sel escono dalle urne fortemente ridimensionate rispetto alle loro ambizioni politiche e la Fds si attesta al 2/2,5%. L’unica movimento (ma quando si parla dei consensi raccolti dalle liste è veramente difficile distinguere un movimento da un partito) che guadagna una enormità di voti fino a diventare la terza forza italiana è Cinque stelle di Grillo.
Questo è in sintesi il risultato elettorale. Il governo Monti esce fortemente indebolito dal voto. Non gode più del sostegno – se mai lo ha avuto – della maggioranza degli elettori. Questo è il dato politico e nonostante il fatto che fossero elezioni amministrative e quindi le scelte locali, il profilo dei candidati, i problemi dei territori hanno avuto il sopravvento e che le liste civiche, mai così numerose come stavolta, hanno eroso voti ai due principali partiti, Pdl e Pd, il risultato elettorale è in sintonia con la tendenza europea, con le elezioni presidenziali in Francia, con le elezioni politiche in Grecia, con quelle amministrative in Germania e persino con il voto in Serbia. Dappertutto il blocco moderato della destra neoliberista entra in crisi, dappertutto cresce la contestazione contro la linea del rigore dell’Unione europea a senso unico che fa pagare la crisi solo alle fasce sociali più deboli.
Ma vi è un dato inquietante che rende diverso il voto italiano dal resto dell’Europa. Da noi la sinistra non raccoglie un voto – dico un voto – delle protesta sociale. In Francia e in Grecia anche l’estrema destra raccolgono una parte di consensi ma la sinistra avanza in modo significativo; è decisiva per la vittoria di Hollande e in Grecia sfiora, senza il Pasok, il 35% dei consensi. In Italia invece, se si sommano i voti della Fds, di Sel e di Idv, si arriva a un modesto 10% dei voti!
Trovo pertanto stucchevole, da irresponsabili, tutte quelle dichiarazioni che tentano di presentare il risultato elettorale della Fds come <>, <> rispetto alle precedenti tornate elettorali o finanche di <> in relazione al voto deludente di Sel e alle difficoltà enormi che presenta la situazione politica. Il voto è al contrario fortemente negativo proprio perché la Fds, una modestissima formazione politica, non va oltre il 2/2,5% in quanto non è in grado di intercettare il voto di protesta. Solo per questo grave aspetto ci sarebbe da preoccuparsi aprendo da subito una discussione politica vera e mettendo in discussione gruppi dirigenti la cui credibilità è tra i ceti popolari pressoché zero.
Trovo d’altronde miracoloso che una Fds senza una linea politica e con gruppi dirigenti così irrisori riesca a raccogliere ancora un piccolo consenso elettorale grazie al lavoro instancabile e generoso dei suoi militanti nei territori. La stessa manifestazione di Roma del 12 maggio scorso mi pare essere un miracolo organizzativo che meriterebbe ben altre risposte politiche.
Questo voto d’altronde, a un anno dalle elezioni politiche se la situazione non precipiterà prima, rilancia oggettivamente il centro-sinistra che il Pd aveva dichiarato frettolosamente superato nel inseguire Monti e le chimere del centro di Casini e ripropone all’ordine del giorno a tutta la sinistra la questione della sua unità in chiave di un’alleanza di governo con il Pd. Questione che i recenti congressi del Prc e del Pdci non hanno voluto affrontare giocando invece sul fattore della caduta di Berlusconi e la nascita del governo Monti, che in quel momento aveva determinato una modifica del quadro politico, ma non un cambio di linea rispetto alle politiche neoliberiste dominanti, che anzi in questi mesi via via sono andate inasprendosi.
Il primo significativo risultato dello scricchiolio della inedita maggioranza di governo che sostiene Monti è il cestino della bozza di proposta di riforma del sistema elettorale (un sistema tra quello tedesco e spagnolo) con il quale si intendeva superare l’attuale. Con molta probabilità si andrà alle politiche con l’attuale legge elettorale che inevitabilmente riproporrà un bipolarismo forzoso tra centro-destra e centro-sinistra.
Del resto, tutta l’Europa si muove tra queste due soluzioni e se si vuole evitare l’eventualità di governi “tecnici” alla Monti o le “grandi coalizioni di unità nazionale” che sono dei modi per far rientrare al governo dalla finestra il blocco moderato oggi in crisi, l’alternativa, come in Francia e in Grecia e domani in Germania, è tra centro-destra e centro-sinistra, in quanto all’ordine del giorno non vi è il superamento del capitalismo – non siamo in una situazione prerivoluzionaria – ma la fuoriuscita dalle politiche neoliberiste.
In questa fase dunque il compito della sinistra comunista, anticapitalista, rivoluzionaria è di condurre una politica che incalzi il Partito socialista europeo e favorisca la sua uscita dalla subalternità al neoliberismo e dalla palude dell’opportunismo. Questo è ciò che sta facendo il segretario del Pcf in Francia Laurent, che è stato decisivo per l’affermazione del Fronte della sinistra, e Tsipras in Grecia, segretario di Syriza. Questo è ciò che dovrebbe fare la Fds, ma non lo fa e in particolare non lo fa il suo principale soggetto politico: il Prc. Non rinchiudendosi nel proprio orticello denunciando le responsabilità del Pd, non coltivando posizioni minoritarie dettate da un ideologismo sterile e senza prospettiva che si rilancia un progetto di alternativa di sinistra gettando le basi di una coerente politica riformatrice a favore del mondo del lavoro, dei ceti sociali più colpiti dalla crisi e sostenibile dal punto di vista ambientale.
Non mi sfugge il dato che le difficoltà gravi della sinistra italiana sono anche la conseguenza della politica attuata, soprattutto in questi ultimi due anni, da Sel. Una politica di completa subalternità al Pd, di rottura dell’unità a sinistra e che si basava sul solo protagonismo del suo leader Vendola senza alcun radicamento territoriale e progetto politico. Ma questi indubbi limiti di Sel non possono essere per la Fds una giustificazione, un’attenuante per negare e non perseguire una linea unitaria. Ora a un anno dalle elezioni politiche i nodi vengono al pettine e devono essere con rapidità sciolti pena il rischio della sopravvivenza della Fds e dello stesso Prc. È un’ennesima prova di miopia politica credere che il dato elettorale sia un segnale di tenuta. Sul piano numerico i consensi raccolti non sono così inferiori dalle precedenti elezioni. Sul piano politico invece è un disastro. La protesta sociale, le lotte degli studenti e dei precari, del movimento dei beni comuni, il prezioso lavoro politico e organizzativo svolto in questa fase dalla Cgil neppure ci sfiorano. Nei movimenti e nonostante lo sforzo generoso di essere presenti e visibili con le nostre bandiere siamo del tutto marginali, ininfluenti.
A questo punto occorre non una correzione di linea, ma un radicale cambio di linea a 180 gradi e dei nuovi gruppi dirigenti. Non si può passare da sconfitta in sconfitta mantenendo ai vertici sempre le stesse facce, non vi possono essere dirigenti per tutte le stagioni. Il nodo politico in cui si dibatte la Fds e in particolare il Prc va immediatamente affrontato e risolto. La situazione del Paese ci impone la necessità di contribuire alla realizzazione di una politica di riforme rilanciando un nuovo centro-sinistra che nel suo ambito abbia una sinistra forte e unita capace di condizionare con la sua forza il Pd. Altre strade non esistono, sono pericolose e avventuroso scorciatoie che portano alla rovina e al dissolvimento della Fds. Qualcuno potrebbe obiettare che il Prc è condizionato pesantemente dal minoritarismo pertanto non sarebbe in grado di sostenere questa politica, insomma non avrebbe una capacità di tenuta. Sicuramente questa considerazione è giusta, ma è ancor più vero il contrario. Se non sarà fatta una chiara scelta unitaria con le altre forze di sinistra e progressiste, se sarà imboccata come è probabile una scelta minoritaria, il Prc non avrebbe lo stesso una tenuta politica e organizzativa. Ecco perché occorre scegliere e scegliere al più presto rilanciando la Fds come prima tappa di un processo che investa tutta la sinistra per costituire un nuovo soggetto politico che sia l’altra gamba forte e autorevole del centro-sinistra.

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Paolo Ferrero: “Un voto anti-governo. E adesso cacciamolo via”

Paolo Ferrero: “Un voto anti-governo. E adesso cacciamolo via”
di Daniela Preziosi | da il Manifesto – MARX – XXI

Sabato 12 maggio la Federazione della sinistra (Rifondazione e Comunisti italiani) ha organizzato un corteo a Roma «per l’Europa sociale». Molte adesioni e la «benedizione» di Bertinotti

Segretario Ferrero, molti leggono nel voto nei comuni un voto contro Monti. Se così fosse la manifestazione di sabato 12, indetta dalla Federazione della sinistra contro il governo, dovrebbe essere sterminata.

Magari fosse così semplice. Certo è che il voto boccia nettamente la politica di Monti. In altri paesi d’Europa la protesta ha preso la strada della sinistra. In Italia il senso comune è stato spostato dai mass media dalla speculazione al debito, e dal debito ai costi della politica. E quindi il grosso del voto di protesta è finito sulle liste di Grillo. Ma senza dubbio ha perso Monti e le forze che lo sostengono.

Il Pd sostiene di aver vinto tra le ‘macerie’ degli altri.

Rispetto alle regionali, il Pdl e la Lega hanno perso due voti su tre, il Pd uno su tre, l’Udc un po’ meno. Noi e Sel restiamo fermi, Grillo va avanti. Per questo la scomunica di Grillo è assurda. Ripeto, nei fatti è il canale in cui si è espressa la giusta protesta. Per noi però la critica alla politica è sacrosanta, ma ci vuole anche quella alla politica economica: quindi difendere l’art. 18, nazionalizzare le banche, colpire la speculazione.

Il successo di Grillo è tutto merito dei media?

Il tema dei privilegi è vero, ed è stato un errore anche nostro non fare la lotta ai privilegi con durezza. Ma sostenere che il problema dell’Italia sono gli stipendi dei parlamentari è una mistificazione, rispetto agli 80 miliardi di interessi sul debito ovvero alla tangente che paghiamo alle banche per colpa del fatto che ci finanziano gli speculatori anziché la Banca centrale. È una mistificazione parlare dei costi della politica e non del fatto che Italo Ntv (il nuovo treno veloce di Montezemolo, ndr) si trova a gestire una baracca da milioni grazie ai privilegi concessi, in pieno conflitto di interesse, dallo stato.

Anziché indire un corteo da soli non poteva cercare di allargare il fronte?

Siamo mesi che ci sgoliamo in appelli all’unità che cadono nel vuoto. Alla manifestazione contro il debito, a Milano, ci siamo resi conto che o partivamo o non si faceva nulla. Abbiamo lanciato la mobilitazione con due connotazioni: la presenza delle soggettività sociali e le rappresentanze dei partiti europei, dal Front de gauche alla Linke. Sarà con noi Alexis Tsipras, il candidato della sinistra greca che era con noi a Genova nel 2001. Ma la consideriamo un punto di partenza. Speriamo che scaturisca un’iniziativa unitaria contro Monti, contro le politiche europee e contro il fiscal compact.

Non crede che sul fiscal compact Monti stia cambiando linea, dopo la vittoria di Hollande in Francia?

Monti è politicamente il cameriere di Merkel e un estremista della linea opposta ad Hollande: un liberista della Goldman Sachs, tra i protagonisti delle politiche che hanno creato la crisi. Era persino consulente del ministro Pomicino nella stagione in cui in Italia si scavava il fosso del debito.

Non crede che Hollande riuscirà a cambiare il segno delle politiche economiche europee?

I popolari e i socialisti troveranno una mediazione, e sarà appiccicare al fiscal compact un po’ di eurobond. La chiameranno ‘crescita’. Monti sarà d’accordo e per l’Italia significherà 45 miliardi di tagli in più ogni anno, oltre al pareggio di bilancio e a tutte le stangate in corso. Gli effetti recessivi del fiscal compact sono infinitamente più pesanti delle quisquilie sulla crescita.

Chiederà ai suoi compagni del Front de gauche di rompere con Hollande?

So che noi ci batteremo contro, e dico ‘noi’ perché il gruppo della Sinistra europea ormai si incontra almeno ogni due mesi per discutere insieme, ora abbiamo in programma una manifestazione comune contro la Bce. Giustamente il Front ha appoggiato Hollande, meglio lui che Sarkozy.

Anche per voi varrà la regola meglio Bersani che uno di centrodestra?

Per ora non siamo al voto, siamo all’urgenza di fermare Monti. Ha perso le elezioni e noi ora vogliamo farlo cadere. La sua permanenza non è indifferente: se l’Italia non approverà il fiscal compact e il pacchetto Fornero sarà meglio per tutti. Stiamo raccogliendo le firme contro la cancellazione dell’art. 18, e se sarà legge faremo di tutto per cancellarlo con un referendum. Ci pensi bene chi lo vuole approvare. Facciamo un appello per l’unità di tutte le forze della sinistra che si oppongono a Monti, Sel, Idv – con la quale abbiamo fatto una splendida esperienza in Sicilia alle amministrative – ai movimenti, a ‘Alba’, alla sinistra diffusa.

E il Movimento 5 stelle?

Se volesse, nulla in contrario. Tutti insieme per un’opposizione efficace. Serve anche un sindacato più netto: bene la manifestazione, ma mi sarei aspettato uno sciopero generale. In Grecia, in Francia e in Spagna l’opposizione dei sindacati al neoliberismo è durissima. Napoli e Milano prima, Genova e soprattutto Palermo oggi, dimostrano che dobbiamo abbandonare lo spirito minoritario, quello che spinge ad andare dal Pd con il cappello in mano. Il voto dice che fra noi, Idv e Sel c’è una forbice più stretta di come dicono i sondaggi: insieme saremmo forti. Poi, eventualmente, sarà diverso anche discutere di alleanze.

Lei faceva lo stesso appello prima del voto. Non le sembra che oggi il Pd sia più interessato a un’alleanza a sinistra?

È un’ipotesi. Un’altra è che il crollo del centro accentui la tendenza a ‘tirarli’ dalla loro parte. Dico ai compagni di Sel, all’Idv, ai movimenti: smettiamo di aspettare il Pd, iniziamo noi la partita. Uniamoci per far cadere Monti.

Sel e Idv invocano l’alleanza con il Pd. In questo caso la Fds che farà?

In politica le subordinate servono solo a finirci dentro. Quindi mi batto per un processo unitario, in una forma federata o confederata o di alleanza. Nessun piano B.

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Elezioni in Francia e in Grecia:

Elezioni in Francia e in Grecia: prima di tutto, evitare le semplificazioni
07 Maggio
di Fausto Sorini, segreteria nazionale PdCI, responsabile esteri

I risultati delle elezioni presidenziali in Francia e delle politiche in Grecia delineano un quadro di grande complessità che non ammette generalizzazioni e semplificazioni di alcun genere, né interpretazioni meramente elettoralistiche.

Non stiamo vivendo, nei paesi dell’Ue, una fase di normale e fisiologica dialettica politica ed elettorale in un quadro di sostanziale stabilità e sviluppo del sistema: al contrario, tale dialettica si svolge in un contesto mondiale ed europeo di crisi profonda e strutturale del sistema capitalistico e imperialistico che abbiamo definito di portata storica, che investe le basi stesse del sistema, e che ripropone – in termini storico-politici inediti – l’esigenza di trasformazioni strutturali profonde, che alludono ad una alternativa di società, non ad una semplice alternanza dentro consolidate compatibilità di sistema. E richiedono una politica estera di pace e di cooperazione internazionale, che bandisca la guerra e l’interventismo militare.

Non c’è alcun dubbio che l’avanzata complessiva delle forze comuniste, socialiste, socialdemocratiche, di sinistra radicale, nelle elezioni francesi e greche, pur nella loro grande diversità, esprima complessivamente aspirazioni popolari ad una cambiamento progressivo nel segno della giustizia sociale. Ma essa produce esiti politici e istituzionali di segno assai diverso.

In Grecia, in conseguenza dell’aggravamento della crisi e di una politica governativa di brutale massacro sociale, questa spinta produce una crisi profonda del sistema politico e del vecchio assetto bipolare di alternanza. Nuova Democrazia e Pasok, pilastri di quel bipolarismo di sistema, crollano miseramente e non sono più in grado di indicare una prospettiva di governo e di gestione della crisi nell’ambito delle direttive UE. Si aprono quindi per i comunisti e le forze di sinistra (che insieme rappresentano la prima forza politica del paese) scenari e opportunità di tipo nuovo, quantomeno per una significativa e duratura accumulazione di forze. Così come emergono anche insidie e pericoli reazionari, ed il rafforzamento inquietante di componenti apertamente neo-fasciste che sono l’altra faccia della medaglia di una crisi sistemica.

E’ auspicabile che, pur nella diversità delle rispettive impostazioni strategiche, i comunisti e tutte le forze autenticamente progressiste e di sinistra sappiano elaborare una risposta comune e convergente, con una base anche minima di unità d’azione. Un contesto di divisione a sinistra, anche nella situazione greca, non giova agli interessi popolari, e non sembra neppure avvantaggiare i comunisti.

In Francia, la crisi della gestione Sarkozy – della cui sconfitta non possiamo che rallegrarci – e la spinta al cambiamento che sorregge il voto popolare a Hollande, non produce ancora una crisi del vecchio bipolarismo di alternanza, nonostante la crescita positiva del Front de Gauche e del Pcf, e il rafforzamento inquietante del Fronte Nazionale.

Complice un sistema istituzionale presidenzialista e rigidamente bipolare, la spinta verso trasformazioni di segno progressivo viene incanalata e si traduce nella vittoria di Hollande, che rappresenta sicuramente esigenze di maggiore coesione sociale e di superamento della rigida politica depressiva e di austerità della Germania della signora Merkel, ma in un quadro di sostanziale allineamento alle direttrici fondamentali della linea della BCE, dei poteri forti dell’Ue, delle sue compatibilità euro-atlantiche, ed in un quadro di sostanziale riconferma del direttorio franco-tedesco.

Né può essere disinvoltamente rimosso, nel quadro di una valutazione obbiettiva e non propagandistica, il sostanziale allineamento atlantico della politica estera di Hollande, il suo sostegno ieri alla guerra di aggressione contro la Libia, guidata da Sarkozy, ed il sostegno oggi ad una politica aggressiva verso la Siria, con una posizione più oltranzista di quella tedesca.

Tutto ciò – dalla politica economica alla politica estera – spiega non solo la benevolenza e l’assenza di inquietudine con cui i poteri forti sovranazionali ed i mass media hanno accolto la vittoria di Hollande (diversamente dall’accoglienza riservata al voto greco); ma anche la riluttanza con cui il Front de Gauche e lo stesso Pcf valutano la eventualità di una nuova partecipazione al governo coi socialisti, dopo le fallimentari esperienze prima con Mitterand, e poi con Jospin, da cui i comunisti uscirono massacrati.

Sono queste solo alcune delle variabili che vanno considerate in una valutazione obbiettiva del voto greco e del voto francese, se non vogliamo commettere nei confronti della vittoria di Hollande gli stessi errori che una parte della sinistra italiana ed europea commise ieri nella valutazione del successo di Zapatero in Spagna o della vittoria della presidenza Obama negli Usa.

Di fronte alle diversità di orientamento presenti nel mondo capitalistico, i comunisti non sono mai stati e non debbono essere indifferenti nei confronti del prevalere dell’uno o dell’altro, e non si augurano certo il prevalere di quelli più reazionari e oltranzisti. Ma le cose vanno viste e analizzate per quello che sono, se non si vogliono collezionare facili illusioni, cui seguono poi, immancabilmente, cocenti disillusioni e disorientamenti.

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